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Project 30 books!

Ri-buonasera a tutti!

Questo post racchiuderà i 30 libri del “Project 30 books” o “30 giorni di libri”, che io avevo già a suo tempo compilato su Facebook ma che ho pensato potesse essere carino anche da mettere qui!

1) Il tuo libro preferito.

“Il gioco dell’angelo”, Carlos Ruiz Zafón.

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2) La tua citazione preferita.

“E poi altre volte arrivava un giorno, uno di quelli grigi quando aveva di lui una nostalgia così struggente da sentirsi vuota, non più una donna ma un albero morto, pieno di gelido soffio novembrino. Così si sentì in quel momento, ebbe voglia di urlare il suo nome e urlargli di tornare a casa e il suo cuore soffrì al pensiero degli anni che l’attendevano e si domandò che cosa avesse di buono l’amore se il risultato era quello, anche solo dieci secondi di una sensazione così.”
“La storia di Lisey “, Stephen King.

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3) Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto.

Roland Deschain di Gilead, serie “La Torre Nera”, Stephen King.

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4) Il libro più brutto che tu abbia mai letto.

“Amore 14”, Federico Moccia.

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5) Il libro più lungo che tu abbia mai letto.

“IT”, Stephen King.

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6) Il libro più corto che tu abbia mai letto.

“Diario di un killer sentimentale”, Luis Sepúlveda.

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7) Il libro che ti descrive.

“Se siamo ancora vivi”, Marilù S. Manzini.

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8) Un libro che consiglieresti.

“Duma Key”, Stephen King.

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9) Un libro che ti ha fatto crescere.

“Patto col passato”, Susan Price.

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10) Un libro del tuo autore preferito.

“Il prigioniero del cielo”, Carlos Ruiz Zafón;
“Mucchio d’ossa – una storia d’amore maledetta”, Stephen King.

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11) Un libro che prima amavi e che ora odi.

“La lunga attesa dell’angelo”, Melania G. Mazzucco.

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12) Un libro che non ti stancherai mai di rileggere.

“L’ombra del vento”, Carlos Ruiz Zafón & “La tredicesima storia” , Diane Setterfield.

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13) Il libro che in questo momento hai sulla scrivania.

“Una bellezza russa e altri racconti”, Vladimir V. Nabokov

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14) Il libro che stai leggendo in questo periodo.

“La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, Haruki Murakami.

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15) Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi.

“L’espansione culturale che l’aramaico stava portando per via di terra fino alle steppe della Sogdiana e ai confini dell’India, i fenici la realizzarono per via mare, diffondendo il nuovo criterio operativo di espressione del pensiero nei paesi del Mediterraneo occidentale e permettendo così che il loro modello culturale giungesse fino ai popoli della costa atlantica.” (“La scrittura”, Vincenzo Valeri.)

16) La tua copertina preferita.

“Harry Potter and the Deathly Hallows”, J.K. Rowling (english version).

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17) Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno.

Masami Aomame – “1Q84”, Murakami Haruki.

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18) Il primo libro che hai letto.

“Le avventure di Pinocchio”, Carlo Collodi.

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19) Un libro il cui film ti ha deluso.

“L’Acchiappasogni”, Stephen King.
Del tipo: prendiamo un libro bellissimo e trasformiamolo in uno splatter di terza (o forse quarta) categoria.

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20) Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse.

“Le braci”, Sándor Márai.

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21) Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te.

“Uccelli di Rovo”, Colleen McCullough.

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22) Un libro che hai letto da piccola.

“Jane Eyre”, Charlotte Brontë.

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23) Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita.

“L’amore ai tempi del colera”, Gabriel García Márquez.

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24) Il libro che ti fa fuggire dal mondo.

“El penúltimo sueño”, Ángela Becerra.

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25) Un libro che hai scoperto da poco.

“Ti aspettavo”, J. Lynn

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26) Un libro che conosci da sempre.

“Le vite perdute di Christopher Chant”, Diana Wynne Jones.

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27) Un libro che vorresti aver scritto.

“Il petalo cremisi e il bianco”, Michel Faber.

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28) Un libro che farai leggere ai tuoi figli.

“Le Cronache di Narnia”, C.S. Lewis.

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29) Un libro che devi ancora leggere.

“La ragazza dello Sputnik”, Haruki Murakami.

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30) Un libro che ti ha commosso.

“La Sfera del Buio”, Stephen King.

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Questo è il mio “Project 30 books”! Il vostro come sarebbe?

Movie review: “Giovani ribelli – Kill Your Darlings”

Giovani-ribelli-Kill-Your-Darlings-full-trailer-clip-e-foto-del-film-con-Daniel-Radcliffe-2Eccomi ritornata dopo un luuungo periodo di silenzio (forgive me!) con una nuova recensione di un film che ho visto ieri sera: “Giovani ribelli – Kill Your Darlings” di John Krokidas.

Come sempre, sono finita nella sala per aver visto il trailer in un’altra sala (due settimane fa, “Gravity”: mi ha così sconvolta che non sono neanche riuscita a recensirlo!). Affascinata dal tema, in quanto amante della Beat Generation in ogni sua sfumatura, mi sono detta “questo sarà il prossimo film che vedrò”, subendo le solite critiche di rito (“ma non si può andare a vedere un film che parla di poesia!”, disse colui che mi aveva trascinato a vedere un’inquietante epopea spaziale, ma tralasciamo…).

Curiosa anche di vedere Daniel Radcliffe in un ruolo diverso da quello di Harry Potter, ieri sera armata di popcorn, caramelle e fidanzato recalcitrante mi sono fiondata al cinema.

Il film (nel trailer definito il nuovo “Attimo fuggente”) narra della nascita della Beat Generation e dei suoi primi membri: Allen Ginsberg (Daniel Radcliffe), Lucien Carr (Dane DeHaan), William Burroughs (Ben Foster) e, dulcis in fundo, Jack Kerouac (Jack Houston). Ambientato prima della fine del secondo conflitto mondiale, tratta appunto di come le vite di questi ragazzi si siano intrecciate attorno alla carismatica figura di Lucien Carr (menzione d’onore a DeHaan, del quale parleremo più avanti).

Partiamo dalle cose che NON mi sono piaciute: l’inizio è veramente lento, la trama non decolla, le scene sono ampollose e prive di stimoli, ed anche la decisione dei protagonisti di rivoluzionare la poesia passa quasi in sordina di fronte ad un’ambientazione rumorosa e confusionaria.

kill-your-darlings-giovani-ribelli-recensione-anteprimaDaniel Radcliffe, a giudicare dal trailer, sarebbe dovuto essere il protagonista, ma non c’è niente da fare: non buca lo schermo, non ci riesce, forse si sta ancora chiedendo che fine abbia fatto la sua bacchetta magica e perché non si trovi più ad Hogwarts. Secondo me, solamente una delle scene da lui girate (ovvero tutte) è degna di nota, verso la fine del film; per il resto, quindi, anch’egli è ampolloso, relativamente noioso, e probabilmente incapace di centrare l’essenza di Allen Ginsberg. Inoltre, la presenza di scene, una in particolare, decisamente forti (il film è vietato ai minori di 14 anni, ma avrebbero tranquillamente potuto mettere un v.m. 18) tendono a sviare l’attenzione di chi guarda.

Abbiamo un meraviglioso Ben Foster nei panni di William S. Burroughs, visionario scrittore e poeta della Beat Generation che si sballa in qualsiasi modo possibile ed immaginabile: dopo quella di DeHaan, probabilmente la migliore interpretazione del film; interpreta il suo personaggio in modo magistrale, e sono rimasta particolarmente soddisfatta anche dal doppiaggio (evento più unico che raro).

Kill-Your-Darlings_GT_SDDall’entrata in scena di Kerouac (è sempre un piacere, Jack) il film inizia un pochino a considerare l’idea di decollare, ma fino all’ultima mezz’ora non ci riesce molto bene. La carismatica figura dello scrittore di Sulla strada risolleva abbastanza le sorti del film, però, e per questo gli sono grata, perché alla fine del primo tempo stavo veramente soffrendo.

kill-your-darlings10Come detto prima, un fantastico Dane DeHaan: lui sì che riesce a bucare lo schermo, con delle espressioni pungenti, una mimica facciale fantastica, delle movenze carismatiche e soprattutto (vale per la nostra versione, ovviamente) un meraviglioso doppiaggio: infatti, è stato doppiato dal mio amico Flavio Aquilone (che spero leggerà questo articolo), del quale ormai riconosco la voce anche senza avere il bisogno di controllare nell’elenco dei doppiatori, probabilmente perché, nelle nuove generazioni, è l’unico doppiatore sul quale non ho mai nulla da dire.

Il film riesce a prendere veramente lo spettatore solo durante le sequenze finali: lascia quindi l’amaro in bocca, perché a quel punto probabilmente si sarebbe voluto vedere di più: cosa ha fatto Allen Ginsberg dopo la Columbia? Cosa ha spinto Kerouac a partire? Quali confini ha oltrepassato Burroughs per poter scrivere le sue opere?

In qualche momento si riesce a cogliere la vera essenza dei Beats, specie appunto per alcune interpretazioni, ma il messaggio trasmesso secondo me non è autentico.

VOTO: 5 1/2

Non mi sento di sconsigliarlo agli amanti del genere ed agli appassionati dello stile di quegli anni; tuttavia, pur essendolo io stessa, non posso fare a meno di dire che per gran parte del film mi sono annoiata non poco.

Vi lascio il trailer, alla prossima!

http://www.youtube.com/watch?v=k1WnTAiWWGM

 

 

 

 

Farewell to Finn – Glee 5×03: “The Quarterback”.

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Il 10 ottobre è andata in onda negli USA la terza puntata della quinta serie di Glee, dedicata al recentemente scomparso protagonista Cory Monteith, che ha interpretato Finn Hudson nelle prime quattro stagioni.

Non sarà facile scrivere questo post, in quanto seppure siano passati cinque giorni dalla puntata ripensarci è ancora straziante.

Gli autori della serie hanno deciso di mandare in onda l’episodio, intitolato “The Quarterback”, e di farlo seguire da una lunga pausa durante la quale cercheranno di dare un nuovo senso alla storia, amputata di un importantissimo arto.

La puntata si apre nell’auditorium della McKinley High School, luogo di nascita delle New Directions. La prima canzone interpretata dagli attori è stata Seasons of Love, tratta dal musical “Rent”. Nel corso dell’esibizione entrano in scena (quasi) tutti i membri del Glee Club, seguendo un ordine temporale: all’inizio, a cantare sono le recenti reclute, seguite pian piano dai membri più “anziani”, fino ad arrivare a Santana, Puck, Mike, Mercedes & Kurt. Alla fine, tutti si girano e sul pannello posteriore compare una foto di Finn nella sua divisa da quarterback.

Ci si sposta poi a New York: sono passate diverse settimane dai funerali di Finn, e Kurt si sta preparando per tornare a Lima per la commemorazione organizzata da Will. Osservando una foto sua e di Finn, Kurt afferma che passerà tutta la vita a sentire la mancanza del fratello e, prima di uscire, nasconde la foto sotto al cuscino per evitare che Rachel possa vederla.

Al McKinley, Will scrive “Finn” sulla lavagna ed invita chiunque abbia voglia di condividere una canzone a farlo nel corso della settimana; Mercedes non riesce ad aspettare ,e decidere di cantare subito I’ll stand by you, canzone cantata da Finn a Quinn quando credeva che lei aspettasse la sua bambina.


Successivamente, si vedono Kurt con suo padre e la madre di Finn mentre riordinano la camera del ragazzo, decidendo cosa tenere e cosa dare via. Kurt recupera da uno scatolone il giubbotto di Finn, decidendo di tenerlo, e se lo stringe addosso.1378437_487392524691564_331737237_n

C’è poi un triste discorso della mamma di Finn, la quale dice che a volte svegliandosi la mattina le capita di dimenticare ciò che è successo, ma poi quando la realtà la colpisce è come se ritornasse ogni volta al punto di partenza.

La successiva esibizione è di Artie e Sam, che interpretano Fire and Rain coinvolgendo anche gli altri membri.

Santana non ce la fa ed esce di corsa dall’auditorium, incontrando poi davanti all’armadietto di Finn delle ragazze che stanno spengendo le candele. Dopo aver scoperto che dietro alla cosa c’è Sue, si reca nell’ufficio della donna, dicendole che l’ha sempre detestata e dandole una spinta.

Emma fa poi notare a Will che è stato l’unico che non ha ancora pianto e che dovrebbe riuscire a tirare fuori il suo dolore prima che diventi ancora più grande, e poi inizia quella che secondo me è stata una delle scene più belle dell’intero episodio. Puck si reca, ubriaco, nello spogliatoio dove trova la coach Beiste, la quale gli dice che sa benissimo che è stato lui a rubare l’albero piantato in memoria di Finn, e lui risponde che non le è rimasto niente e che il suo dolore è diverso dal dolore di tutti gli altri. Beiste gli chiede di spiegarle cosa intende, e lui risponde così: “That if I start crying, I don’t think I’ll never stop!”, scoppiando poi a piangere. Si chiede come possa essere una persona migliore senza Finn a ricordargli che può esserlo, e Beiste gli risponde che è giunto il momento che sia lui il quarterback di sé stesso.

Dopo abbiamo l’esibizione di Santana, che nonostante avesse preparato un discorso pieno di cose belle da dire all’ultimo momento si vergogna e dice solo cattiverie, cantando If I die young. Non riesce a farcela neanche stavolta, e scappa dall’aula urlando e rifiutando il conforto degli amici. Kurt la raggiunge nell’auditorium dove si è rifugiata e, dopo aver sentito il suo vero discorso su Finn, decide di regalarle il giubbotto del fratello.

Arriva poi il momento di Puck, che canta una meravigliosa versione di No Surrender di Bruce Springsteen, ricordando i momenti trascorsi con il suo migliore amico e fissando la sedia vuota lasciata da Finn.

Viene poi attaccato da Santana, la quale lo accusa di avergli rubato il giubbotto mentre riposava in infermeria. Quest’ultima si reca poi da Sue per scusarsi per come l’aveva trattata, ma l’imperturbabile Sue Sylvester la interrompe subito per dirle che aveva ragione su tutto, dicendo due bellissime frasi su Finn:

“He was such a good guy. I’ll never get to tell him. There’s no less here. There’s no happy ending. There’s just nothing. He’s just gone. He would have made an excellent teacher.”

“I was horrible to that kid. And I’m utterly destroyed that he died thinking I didn’t like him.”

Le New Directions si riuniscono poi davanti all’armadietto di Finn ed osservano i cartelloni, le scritte e le candele lasciate dagli studenti. Kitty afferma che “è troppo smielato”, ma si blocca nel vedere arrivare Rachel, cla quale dice che invece è “perfetto”.

Rachel racconta a tutti come si fosse sentita sola nella sua vita prima dell’arrivo di Finn, di come lui le avesse cambiato la vita, e, visibilmente provata, canta Make You Feel My Love ricordando l’amore della sua vita e facendo commuovere nuovamente tutti (inclusa la sottoscritta, che a questo punto era ormai sull’orlo delle convulsioni).

Santana appende in giro per tutta la scuola annunci di una ricompensa per chiunque le dovesse riportare il giubbotto di Finn, e poi si vedono Puck e la coach Beiste che, dopo aver rimesso a posto l’albero commemorativo, dividono una birra prima che Puck se ne vada sulla sua moto dopo aver affermato che ha intenzione di unirsi all’Air Force.

Rachel raggiunge poi Will nell’aula canto, raccontandogli di come lei avesse avuto già tutto in mente, tutta la sua vita con Finn, e confidandogli la paura di non riuscire più un giorno a ricordare il suo viso od a sentire la sua voce.

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Will le dice che i progetti possono essere cambiati, e che forse un giorno si accorgerà che la sua vita ha preso una piega migliore di quella che sperava. Rachel gli risponde che non pensa che sia possibile, perché:

1374809_10202297942672798_465059288_n Infine, gli mostra una cosa che ha fatto fare perché fosse appesa nell’aula del Glee Club, affermando che Finn a suo modo era molto intelligente.

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La puntata si conclude con Will che, a casa, si siede sul divano, tira fuori dalla sua cartella il giubbotto di Finn e se lo stringe addosso. Dopo qualche minuto Emma, tornando a casa, sente i suoi singhiozzi e lo va ad abbracciare mentre piange, tirando finalmente fuori il suo dolore.

 

Questa puntata è stata molto dura da vedere, perché si percepiva chiaramente quanto vero e reale fosse il dolore dei protagonisti. Normalmente si riesce sempre a mantenere un certo distacco nel vedere la morte di un personaggio sullo schermo, ma quando questa scomparsa è vera il segno che lascia sulle interpretazioni è un segno percepibile e, come ho detto all’inizio, straziante. Quelle che mi sono piaciute di più sono state le interpretazioni di Puck e Rachel; il dolore provato da Lea, che come da lei dichiarato ha perso il suo amore sia nel telefilm che nella vita reale, deve essere incommensurabile.

Vi lascio con la prima ed ultima canzone cantata da Finn nel Glee Club, forse quella che lo rappresenta di più.

M’s review #3: “1Q84”, Haruki Murakami.

 

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ATTENZIONE: l’articolo potrebbe contenere anticipazioni.

1Q84 è un romanzo di Haruki Murakami pubblicato in Italia da Einaudi a partire dal 2011. Il romanzo, che copre un periodo temporale di 8 mesi, è stato diviso dalla casa editrice in due volumi: il primo volume comprende i primi due libri, aprile-settembre, ed il secondo volume riguarda solamente il terzo libro, ottobre-dicembre (questa divisione è stata, che io sappia, adottata solo in Italia: tutti gli altri Paesi hanno avuto un unico volume).

Come salta all’occhio da subito, il titolo richiama la famosa opera di George Orwell 1984specie visto che la lettera “q” in giapponese ha la stessa pronuncia del numero 9, kyuu. Si è quindi ritenuto fin da subito che il romanzo potesse essere in qualche modo un omaggio ad Orwell ed al suo Grande Fratello.

La lettura di questo romanzo è estremamente complicata. Io ho acquistato il primo volume, aprile-settembre, nel gennaio 2012, ed ho impiegato circa tre settimane per terminarlo, proprio per l’attenzione richiesta dai dettagli della trama. Il secondo volume, ottobre-dicembre, l’ho terminato qualche giorno fa dopo una settimana di lettura (mi era stato regalato ad aprile, ma ancora non avevo avuto la “mentalità adatta” per dedicarmici).

Una piccola premessa è necessaria: dopo aver letto il primo volume, sapendo che in America (e nel resto del mondo) era già stata diffusa l’ultima parte della storia, sono andata a leggere qualche recensione dell’opera completa. Ciò che ho letto è stato ciò che mi ha spinto, in buona parte, a non dedicarmi alla lettura in inglese, come normalmente faccio se non sono in grado di aspettare pubblicazioni in italiano; in sostanza, buona parte delle persone consigliava di fermarsi al libro 2 per evitare di rimanere delusi.

Un po’ perplessa e sicuramente non convinta, ho deciso allora di aspettare semplicemente lo svolgersi degli eventi: se il libro mi fosse stato regalato, l’avrei letto, altrimenti non lo sarei andato a cercare (normalmente, quando si tratta di libri, rispetto i patti con me stessa). Il destino ha voluto che un’amica di mia madre, alla quale avevo prestato il primo volume, decidesse di regalarmelo per il mio compleanno. Dopo un’iniziale felicità, se non altro per manie di collezionismo, l’ho infilato nella libreria vicino al suo gemello speculare e l’ho lasciato lì, aprendolo di tanto in tanto ma senza avere il coraggio di dedicarmici.

Passiamo ora alla recensione vera e propria, dopo quest’infinita premessa! 🙂

Come accennato sopra, il romanzo è molto complicato da seguire, sul serio: c’è una disarmante ricchezza di dettagli e particolari, un buon 80% dei quali superflui, che continuano a distogliere l’attenzione del lettore dai personaggi e dagli avvenimenti principali. La storia si dipana in una fittizia Tokyo nel 1984/1Q84, ed il filo narrativo è tenuto nei primi due libri dalle voci alternate dei due protagonisti, Aomame Masami e Kawana Tengo, ai quali nel terzo libro si aggiungerà la figura di Toshiharu Ushikawa.

Il tema principale della storia è l’amore fra i due protagonisti, un amore basato su pochi ricordi e frammenti di quando erano bambini. Il loro rincorrersi senza saperlo, e ritrovarsi vicini sempre inconsapevolmente, è terribilmente frustrante per chi legge: verrebbe voglia di iniziare a strillare “ma è lì a pochi metri da te, pezzo di cretino!” (ogni riferimento a fatti realmente avvenuti è da intendersi come puramente casuale). In realtà, oltre ad Aomame e Tengo, sembra quasi che ogni cosa nel romanzo sia imperniata attorno al bisogno di trovare qualcosa o qualcuno, di recuperare qualcosa di perso.

1Q84 contiene al suo interno un altro romanzo: La crisalide d’aria, che è probabilmente ciò che dà origine alla spirale di eventi avvenuti. Questo “romanzo nel romanzo”, molto ricorrente in letteratura, mette ancora più carne al fuoco, rendendo la possibilità di seguire la storia ancor più complicata.

Ricapitolando: la storia in sé mi è piaciuta molto, ma trovo che davvero si siano voluti introdurre troppi particolari. Non sarebbe giusto parlare di “troppi personaggi” perché alla fine sono sempre i soliti 4 gatti che si mescolano fra loro intrecciandosi, ma ad ognuno di essi si è voluto dare un vissuto troppo ampio, troppo particolareggiato, che quindi richiede un’attenzione fuori dal normale per essere compreso, con il risultato che, alla fine dei giochi, in testa rimane molto poco di ciò che si è letto.

Mi sono trovata a leggere il terzo libro (secondo volume dell’edizione italiana) un anno e mezzo dopo aver terminato il primo: inutile dirvi che, malgrado mi fosse piaciuto tantissimo, proprio per i motivi appena spiegati sono dovuta ricorrere al riassunto di Wikipedia, perché non mi ricordavo quasi più nulla (cosa che, ve l’assicuro, non capita mai).

PERICOLO!

Dopo aver terminato il percorso di lettura, posso dire solo una cosa: mi vedo costretta a dare ragione alle recensioni lette l’anno scorso, dove si sconsigliava la lettura della parte finale a chi non volesse rimanere deluso. Dopo tutta ‘sta manfrina, l’incontro fra Aomame e Tengo viene liquidato così, in quattro e quattr’otto, e passano da una condizione nella quale entrambi stavano rischiando di perdere tutto ad una in cui sono al sicuro l’uno nelle braccia dell’altra, in un ulteriore nuovo mondo che non si sa se sia reale o no.


Voto volume I aprile-settembre: 9

Voto volume II ottobre-dicembre: 5

Probabilmente, se il romanzo fosse stato un racconto unico, non mi sarebbe piaciuto tanto quanto mi è piaciuto avendolo letto in due volumi separati. Tuttavia, così non è stato, quindi consiglio assolutamente la lettura del primo volume a chiunque, un po’ meno la lettura del secondo… so che è difficile lasciare una storia con un finale aperto, ma a volte questo tipo di finale è il migliore che si possa avere.

meemmi

Movie review: “Rush” di Ron Howard.

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Rush è un film di Ron Howard uscito nelle sale il 19 settembre 2013.

Basato su una storia vera, il film parla della “leggendaria” rivalità fra Niki Lauda (Daniel Brühl) e James Hunt (Chris Hemsworth), dagli anni in cui entrambi correvano in Formula 3, fino all’arrivo in Formula 1.

La rivalità fra i due piloti, caratterialmente e fisicamente opposti, esplose negli anni ’70, e proseguì in un crescendo fino al 1976, anno dell’incidente di Lauda sul circuito Nürburgring durante il Gran Premio di Germania.

Il film è, secondo me, bellissimo. Appena uscita dalla sala, già sarei stata pronta a rientrare e vederlo una seconda volta. A parte la straordinaria somiglianza degli attori scelti con i personaggi reali, come si può vedere qui:

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L’ho trovato un film molto autentico, curato fin nei dettagli, interpretato in maniera magistrale (d’altra parte… cos’altro ci saremmo potuti aspettare da Ron Howard?).

Le immagini delle corse, i circuiti, l’atmosfera tipicamente “anni ’70” che permeava da ogni inquadratura: non c’è nulla che venga lasciato al caso, e questo è sempre più raro nel cinema di oggi.

Ricostruzione storica ineccepibile: c’è addirittura la scena in cui Niki Lauda dice “questa macchina è una merda!” ad un nostro simpatico compatriota del quale non farò il nome per evitare “spoiler” (anche se tutti sappiamo di chi si stia parlando, giusto?!).

Un applauso anche al “nostro” Pierfrancesco Favino, nei panni di Clay Regazzoni; io non sapevo chi fosse finché non sono entrata al cinema, ma il mio ragazzo mi dice che è identico al “vero” Regazzoni, e tendo quindi a fidarmi.

Consiglio a chiunque la visione di questo film: non solamente agli appassionati delle corse, cosa che io non sono assolutamente, ma a tutte le persone che in questo periodo si stiano chiedendo “cosa potrei andare a vedere al cinema stasera?”. Andateci, non ve ne pentirete.

La storia scorre veloce, senza pesantezza, senza lentezza, anche con qualche risata malgrado i momenti drammatici: questo ne fa un piccolo capolavoro in perfetto stile Ron Howard, con delle ambientazioni di casa nostra ed un’atmosfera ormai perduta di un’epoca che non esiste più, in cui probabilmente il mondo delle corse era molto più autentico.

Voto: 10.

qui potete vedere il trailer in italiano: http://www.youtube.com/watch?v=KTTid5sHDuo

RUSH

meemmi*

Vecchie glorie

Se, come la sottoscritta, siete nati negli anni e cresciuti negli anni ’90, probabilmente conoscerete già (e ci sono discrete possibilità che abbiate amato) i telefilm di cui sto per parlare nel primo post ufficiale del mio blog.

 

Ebbene sì: vi porterò alla scoperta della mia personalissima “top 3” di vecchie glorie, telefilm ormai finiti ma che porterò sempre nel cuore.

 

Posizione n.3


Proprio loro: i ragazzi di Capeside.

Dawson’s Creek, per quanto a rivederlo adesso possa sembrare datato e, ammettiamolo, anche un po’ ridicolo, a suo tempo è stato un grande telefilm che si proponeva di affrontare tutte le tematiche “adolescenziali”.

Partendo da Dawson ed il suo essere eternamente vergine ed aggrappato all’idea dell’anima gemella, passando attraverso Jack e la sua rabbia iniziale nello scoprirsi omosessuale (quasi un precursore del mio amato ed attualissimo Kurt di Glee, se vogliamo), senza scordarci di Jen, classica ragazza difficile che alla fine è quella che, puff, matura più di tutti, arriviamo a Joey, al secolo ex Mrs. Tom Cruise, e Pacey, che formano insieme a Dawson l’eterno triangolo: amici, amanti, ex amici, ex amanti e chi più ne ha più ne metta.

Mai perso un appuntamento con questo telefilm, ed ho addirittura pianto buona parte delle mie lacrime nel puntatone finale di due pre che mi ricordo fu trssmesso in prima serata.

Ci manchi, Dawson Leery, davvero.

Coppia del cuore: ovviamente Pacey & Joey. Conosco tutti i dialoghi a memoria e credo di ricordare che, nell’ultima puntata, mi sono messa ad urlare alla televisione: “Ti sta bene, Dawson Leery!”.

 

Posizione n.2


Dopo i ragazzi di Capeside… I ragazzi di Beverly Hills 90210! (Che, a dire il vero, è il titolo di quella trashata che hanno avuto il coraggio di chiamare spin-off: 90210. Torneremo a parlare di te, Erin Silver, che eri una bambina tanto carina e ti sei rovinata crescendo!)

Beverly Hills 90210 ha accompagnato praticamente tutti gli anni ’90. Quando ho iniziato a vederlo io credo che fossero già state trasmesse tutte le serie, tranne forse l’ultima, almeno un paio di volte.

Anche qui ce ne sarebbero di cose da dire… California, Beverly Hills, gruppo di ragazzi di un po’ tutti i tipi. La storia inizia con i gemelli Brandon & Brenda (gran fantasia, Jim e Cindy, complimenti) Walsh che si trasferiscono in California dal ridente e notoriamente assolato Minnesota.

All’inizio spaesati (famoso scambio di battute: “Brenda, cos’è questa luce?” “Credo che si chiami SOLE, Brandon… Ne ho sentito parlare in un libro!”), si ambientano, chi più chi meno, fanno amicizia, si innamorano e si disinnamorano sempre delle stesse persone e conoscono tutti gli altri protagonisti.

Particolarità di questo telefilm è il fatto che tutti si fanno tutti, senza distinzione. Si rispettano giusto i legami di parentela, e meno male, però per il resto non ci sono regole.

BH 90210 è per me un richiamo irresistibile: ogni volta che vedo una puntata, un fotogramma, un nome scritto, non resisto all’idea di ripercorrere tutta la storia, e puntualmente finisco su YouTube per cinque ore.

Coppia del cuore: dai, c’è da chiederlo? Dylan e Kelly! Probabilmente sono la mia coppia preferita di sempre.

 

Posizione n.1

You know you love me…


Gossip Girl! Qui ero già più grandicella: questo è stato il telefilm che mi ha portata a sprofondare nel paradiso della “lingua originale”, paradiso che dopo sei anni mi ha ridotta ad odiare in maniera incalcolabile aualsiasi cosa sia stata doppiata da un’altra lingua: film, telefilm, programmi televisivi, tutto. (Bello, dite? Vi assicuro che il mio ragazzo, che al cinema si sorbisce un continuo “ma che voce ha?”, “odio il doppiaggio italiano!”, “che bisogno c’era di dargli/le questa voce così insulsa?” non la pensa così!)

Ma non divaghiamo.

GG è pieno di: sesso, scandali, intrighi, ricchezza esagerata, lusso, cattivi sentimenti e vendette.

Un mix letale che ti tiene incollato allo schermo per 42 minuti.

Chiuso dopo 6 serie, secondo me se fosse stato gestito in maniera differente avrebbe potuto avere ancora qualcosa da dire, ma tant’è…

Coppia del cuore: sono una Chair convinta (no, non sono una sedia. Mi adeguo alle recenti mode di fondere insieme i nomi dei protagonisti di una looooove story per creare un’unica parola)!

Blair and Chuck, nelle prime serie, mi hanno sempre fatta impazzire. Probabilmente avranno un posto nella top ten delle relazioni telefilmiche, se nessuno li dovesse spodestare nell’arco della stagione autunno-inverno.

 

 

Qui termina la mia top 3 di vecchie glorie! 

Se volete farmi sapere quali sono le vostre, lasciate un commento!

 

xxx

meemmi*