Farewell to Finn – Glee 5×03: “The Quarterback”.

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Il 10 ottobre è andata in onda negli USA la terza puntata della quinta serie di Glee, dedicata al recentemente scomparso protagonista Cory Monteith, che ha interpretato Finn Hudson nelle prime quattro stagioni.

Non sarà facile scrivere questo post, in quanto seppure siano passati cinque giorni dalla puntata ripensarci è ancora straziante.

Gli autori della serie hanno deciso di mandare in onda l’episodio, intitolato “The Quarterback”, e di farlo seguire da una lunga pausa durante la quale cercheranno di dare un nuovo senso alla storia, amputata di un importantissimo arto.

La puntata si apre nell’auditorium della McKinley High School, luogo di nascita delle New Directions. La prima canzone interpretata dagli attori è stata Seasons of Love, tratta dal musical “Rent”. Nel corso dell’esibizione entrano in scena (quasi) tutti i membri del Glee Club, seguendo un ordine temporale: all’inizio, a cantare sono le recenti reclute, seguite pian piano dai membri più “anziani”, fino ad arrivare a Santana, Puck, Mike, Mercedes & Kurt. Alla fine, tutti si girano e sul pannello posteriore compare una foto di Finn nella sua divisa da quarterback.

Ci si sposta poi a New York: sono passate diverse settimane dai funerali di Finn, e Kurt si sta preparando per tornare a Lima per la commemorazione organizzata da Will. Osservando una foto sua e di Finn, Kurt afferma che passerà tutta la vita a sentire la mancanza del fratello e, prima di uscire, nasconde la foto sotto al cuscino per evitare che Rachel possa vederla.

Al McKinley, Will scrive “Finn” sulla lavagna ed invita chiunque abbia voglia di condividere una canzone a farlo nel corso della settimana; Mercedes non riesce ad aspettare ,e decidere di cantare subito I’ll stand by you, canzone cantata da Finn a Quinn quando credeva che lei aspettasse la sua bambina.


Successivamente, si vedono Kurt con suo padre e la madre di Finn mentre riordinano la camera del ragazzo, decidendo cosa tenere e cosa dare via. Kurt recupera da uno scatolone il giubbotto di Finn, decidendo di tenerlo, e se lo stringe addosso.1378437_487392524691564_331737237_n

C’è poi un triste discorso della mamma di Finn, la quale dice che a volte svegliandosi la mattina le capita di dimenticare ciò che è successo, ma poi quando la realtà la colpisce è come se ritornasse ogni volta al punto di partenza.

La successiva esibizione è di Artie e Sam, che interpretano Fire and Rain coinvolgendo anche gli altri membri.

Santana non ce la fa ed esce di corsa dall’auditorium, incontrando poi davanti all’armadietto di Finn delle ragazze che stanno spengendo le candele. Dopo aver scoperto che dietro alla cosa c’è Sue, si reca nell’ufficio della donna, dicendole che l’ha sempre detestata e dandole una spinta.

Emma fa poi notare a Will che è stato l’unico che non ha ancora pianto e che dovrebbe riuscire a tirare fuori il suo dolore prima che diventi ancora più grande, e poi inizia quella che secondo me è stata una delle scene più belle dell’intero episodio. Puck si reca, ubriaco, nello spogliatoio dove trova la coach Beiste, la quale gli dice che sa benissimo che è stato lui a rubare l’albero piantato in memoria di Finn, e lui risponde che non le è rimasto niente e che il suo dolore è diverso dal dolore di tutti gli altri. Beiste gli chiede di spiegarle cosa intende, e lui risponde così: “That if I start crying, I don’t think I’ll never stop!”, scoppiando poi a piangere. Si chiede come possa essere una persona migliore senza Finn a ricordargli che può esserlo, e Beiste gli risponde che è giunto il momento che sia lui il quarterback di sé stesso.

Dopo abbiamo l’esibizione di Santana, che nonostante avesse preparato un discorso pieno di cose belle da dire all’ultimo momento si vergogna e dice solo cattiverie, cantando If I die young. Non riesce a farcela neanche stavolta, e scappa dall’aula urlando e rifiutando il conforto degli amici. Kurt la raggiunge nell’auditorium dove si è rifugiata e, dopo aver sentito il suo vero discorso su Finn, decide di regalarle il giubbotto del fratello.

Arriva poi il momento di Puck, che canta una meravigliosa versione di No Surrender di Bruce Springsteen, ricordando i momenti trascorsi con il suo migliore amico e fissando la sedia vuota lasciata da Finn.

Viene poi attaccato da Santana, la quale lo accusa di avergli rubato il giubbotto mentre riposava in infermeria. Quest’ultima si reca poi da Sue per scusarsi per come l’aveva trattata, ma l’imperturbabile Sue Sylvester la interrompe subito per dirle che aveva ragione su tutto, dicendo due bellissime frasi su Finn:

“He was such a good guy. I’ll never get to tell him. There’s no less here. There’s no happy ending. There’s just nothing. He’s just gone. He would have made an excellent teacher.”

“I was horrible to that kid. And I’m utterly destroyed that he died thinking I didn’t like him.”

Le New Directions si riuniscono poi davanti all’armadietto di Finn ed osservano i cartelloni, le scritte e le candele lasciate dagli studenti. Kitty afferma che “è troppo smielato”, ma si blocca nel vedere arrivare Rachel, cla quale dice che invece è “perfetto”.

Rachel racconta a tutti come si fosse sentita sola nella sua vita prima dell’arrivo di Finn, di come lui le avesse cambiato la vita, e, visibilmente provata, canta Make You Feel My Love ricordando l’amore della sua vita e facendo commuovere nuovamente tutti (inclusa la sottoscritta, che a questo punto era ormai sull’orlo delle convulsioni).

Santana appende in giro per tutta la scuola annunci di una ricompensa per chiunque le dovesse riportare il giubbotto di Finn, e poi si vedono Puck e la coach Beiste che, dopo aver rimesso a posto l’albero commemorativo, dividono una birra prima che Puck se ne vada sulla sua moto dopo aver affermato che ha intenzione di unirsi all’Air Force.

Rachel raggiunge poi Will nell’aula canto, raccontandogli di come lei avesse avuto già tutto in mente, tutta la sua vita con Finn, e confidandogli la paura di non riuscire più un giorno a ricordare il suo viso od a sentire la sua voce.

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Will le dice che i progetti possono essere cambiati, e che forse un giorno si accorgerà che la sua vita ha preso una piega migliore di quella che sperava. Rachel gli risponde che non pensa che sia possibile, perché:

1374809_10202297942672798_465059288_n Infine, gli mostra una cosa che ha fatto fare perché fosse appesa nell’aula del Glee Club, affermando che Finn a suo modo era molto intelligente.

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La puntata si conclude con Will che, a casa, si siede sul divano, tira fuori dalla sua cartella il giubbotto di Finn e se lo stringe addosso. Dopo qualche minuto Emma, tornando a casa, sente i suoi singhiozzi e lo va ad abbracciare mentre piange, tirando finalmente fuori il suo dolore.

 

Questa puntata è stata molto dura da vedere, perché si percepiva chiaramente quanto vero e reale fosse il dolore dei protagonisti. Normalmente si riesce sempre a mantenere un certo distacco nel vedere la morte di un personaggio sullo schermo, ma quando questa scomparsa è vera il segno che lascia sulle interpretazioni è un segno percepibile e, come ho detto all’inizio, straziante. Quelle che mi sono piaciute di più sono state le interpretazioni di Puck e Rachel; il dolore provato da Lea, che come da lei dichiarato ha perso il suo amore sia nel telefilm che nella vita reale, deve essere incommensurabile.

Vi lascio con la prima ed ultima canzone cantata da Finn nel Glee Club, forse quella che lo rappresenta di più.

Parole vuote #1

L’anno scorso mi sono trovata a preparare inaspettatamente un esame di letteratura italiana moderna, per il quale si richiedeva lo studio di un corso monografico su Pier Paolo Pasolini. Per un mese ho vissuto, respirato e sognato con Pasolini ogni giorno, fra libri, antologie, testi teatrali e film.

Ripensandoci a distanza di mesi, mi sembra impossibile: ricordo distintamente di aver passato un intero weekend chiusa in casa, a guardare tutti i film richiesti per l’esame uno dietro l’altro, come un automa. Dopo l’esame, ho chiuso tutto, eliminato file, tolto di mezzo libri e non l’ho più voluto sentir nominare.

Quest’inutile introduzione per esplicitare un semplice pensiero: ogni cosa, che sia un libro, un film, un amore, una parola, ha un suo preciso tempo nella vita di una persona. Qualche notte fa in un attacco di insonnia ho acceso la televisione ed ho beccato Accattone su un canale di classici: è stato amore dalla prima all’ultima parola, quando invece vedendolo mentre preparavo l’esame avevo solo sentito il bisogno di sbrigarmi a finire.

Probabilmente se avessi autonomamente deciso di vedere tutti i film di Pasolini e leggere tutti i suoi libri ne sarei riuscita a trarre molto di più di come poi è stato; non si tratta semplicemente del vecchio adagio “le cose che ci va di fare ci riescono sempre più facili”, no, secondo me il discorso va molto più in profondità. Tutto è una condizione mentale. Qualsiasi cosa nasce esattamente nel momento in cui deve nascere, e se si anticipa o posticipa non se ne riuscirà a cogliere la piena essenza, risulterà sfalsata, come una scarpa troppo larga con una soletta o un film in lingua originale i cui sottotitoli non seguono l’audio.

Stesso discorso per i libri: non si tratta semplicemente di comprare un libro e leggerlo, non per me. Quando compro un libro, può capitare che stia per settimane nella libreria, ancora con la sua fascetta pubblicitaria, ad aspettare che io decida che è giunto il suo turno. Non riesco più a divorare libri con la voracità di un tempo, adesso ho bisogno del “momento giusto”, altrimenti non ci stanno né Cristi né Madonne: quel libro non riuscirei a finirlo.

Si va avanti e si cambia, dicono, la testa cambia, l’anima cambia, si cresce, ci si evolve, l’universo è in continua mutazione. Ma sarà proprio vero? O semplicemente fino ad un certo punto si ha una tale brama di sapere, di fare, di vedere, di leggere, da non accorgersi che si sta bruciando qualsiasi tappa, qualsiasi confine? Cosa succederebbe se poi si arrivasse al punto in cui si è fatto tutto, ma al momento sbagliato? Se si dovesse avere una consapevolezza illimitata di ogni propria sfumatura, conoscere sé stessi in ogni minimo dettaglio? Io mi conosco molto bene, e per questo non sono mai completamente felice. Se conoscessi di meno me stessa, potrei essere più felice? Ha ragione chi dice “beata ignoranza” oppure no? Chissà se c’è qualcuno che può dire di aver fatto tutto al momento giusto. Qualcuno in grado di vivere ogni emozione nel momento esatto in cui l’ha provata.

Alla fine, un’emozione provata nel momento sbagliato è come leggere un libro che non ti piace e quindi ti fa venire voglia di chiuderlo e riporlo in un angolo. Ma, invertendo la domanda… questo invece è giusto? Negarsi qualcosa solo perché il tuo corpo e la tua anima ti stanno dicendo che è qualcosa di sbagliato? Chissà…

The Vampire Diaries 05×01: I Know What You Did Last Summer

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Inizio di stagione clamoroso e pieno di avvenimenti anche per The Vampire Diaries, arrivato alla quinta stagione senza mai vedere vacillare la sua popolarità.

Avevamo lasciato Mystic Falls a maggio in una situazione abbastanza tragica: Bonnie morta, Silas in libertà, Stefan chiuso in una  cassa ed abbandonato in acqua, Katherine umana. Gli unici ai quali è andata bene sono Damon ed Elena, che infatti continuano ad amoreggiare incessantemente per tutta la prima parte della puntata.

Ma andiamo per gradi.

tumblr_msk9l8tAVZ1sft1z6o1_500-Damon & Elena: sono una Delena convinta dalla primissima puntata, quindi per adesso mi schiero con la filosofia del “finché dura, me la godo”, assolutamente consapevole del fatto che i due sicuramente non vivranno felici e contenti per tutta la loro infinita vita. Ma sono così carini *_* , quindi per il momento mi basta stamparmi in faccia un’espressione beota ogni volta che li inquadrano e sto bene così. Trovo che Elena sia al suo meglio quando è con Damon, e viceversa. Sì, Damon mente ad Elena per metà puntata, d’accordo, ma finché lo fa con quel sorriso gli si riesce a perdonare tutto.

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-Jeremy & Bonnie: se non fosse per tutta quella brutta storia (Bonnie morta ecc.) sarebbero adorabili anche loro. Però Jeremy tutto sommato rimane sempre un po’ cretino, qualsiasi cosa faccia. Questa storia di lui “complice” di Bonnie nel mentire alle amiche (fra le quali c’è sua sorella, non scordiamocelo) non la vedo molto dal super-cacciatore-di-vampiri-morto-e-resuscitato. Bonnie imperdonabile. Sono carini come coppia, ma se presi singolarmente bisogna riconoscere che non si sa chi dei due si stia comportando peggio.

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-Caroline & Elena (+ Bonnie) in “Vampire al college”: ok, secondo me qui hanno messo troppa carne al fuoco, trattandosi solamente della prima puntata. Si sarebbero potuti accontentare di mostrare l’arrivo a scuola delle due, la sistemazione, la compagna di stanza inaspettata, senza dover per forza eliminare dai giochi quest’ultima ad inizio puntata, facendo venir fuori anche un coinvolgimento con il padre (?) di Elena. Questa storyline parte già in maniera confusa, visto che le due vampire svampite sanno che c’è un altro vampiro al college con loro ma non hanno idea di chi sia (poi, con quanto sono sveglie ‘ste due…), il padre di Elena (?? rimetto i punti interrogativi perché non sono mai abbastanza!) salta fuori dal cellulare di una sconosciuta, la suddetta sconosciuta beveva acqua alla verbena e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo con il benevolo fantasma di Bonnie che le guarda e sorride ma al momento in cui servirebbe se ne va ad intrecciare relazioni fantasma (l’avete capita??) con Jeremy. Proprio no, non ci siamo.

maxresdefault-Katherine & Silas: su una cosa sono d’accordo con Silas, l’umanità su Katherine sta benissimo, e chapeau alla Dobrev per la capacità di sembrare completamente un’altra persona appena indossa i panni della stronza vampira ormai umana. Ne vedremo delle belle!

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-Silas: seriamente? Non ci sto capendo nulla. Sono d’accordissimo con Damon nell’immagine qui sopra! Ok, Silas è cattivissimo e sanguinario e vuole Katherine. Fin qui ci siamo. Ma perché vuole Katherine? Perché tutti quanti vogliono sempre Katherine? E poi uccidere il padre di Bonnie ed ipnotizzare l’intera città non è stato carino, affatto. Qualcuno dovrebbe metterlo in riga.

Su MattRebekah e gli infiniti macelli che avranno sicuramente creato con il loro viaggio lussurioso non voglio spendere neanche una parola finché non avrò le idee più chiare, idem per i monologhi di Stefan con sé stesso.

In conclusione posso dire solo una cosa: Elijah, Klaus, tornate, vi prego!

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M’s review #4: “The Awakening Series”, di Josephine Angelini.

La “Trilogia del risveglio” (The Awakening Series) è stata scritta da Josephine Angelini a partire dal 2011 e pubblicata in Italia da Giunti Editore dallo stesso anno. Composta da tre libri (ma va?! Mi ci impegno per tirare fuori ‘ste cose!), nell’ordine Starcrossed, Dreamless Goddess, la serie ha avuto da subito molto successo nel genere Young-Adult.

Di seguito, le trame dei tre libri come riportate nella seconda di copertina.

ATTENZIONE: Anche nelle seconde di copertina possono essere in agguato degli spoiler, quindi suggerisco a chi avesse intenzione di dedicarsi alla trilogia completa di leggere solamente la descrizione del primo libro 🙂

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Helen, timida adolescente di Nantucket, sta quasi per uccidere il ragazzo più attraente dell’isola, Lucas Delos, davanti a tutta la sua classe. L’episodio si rivela essere qualcosa di più di un mero incidente. Helen teme per la sua salute mentale: ha iniziato ad avere incubi di notte e allucinazioni di giorno. Ogni volta che vede Lucas le appaiono tre donne che piangono lacrime di sangue. Il tentato omicidio porta Helen a scoprire che lei e Lucas non stanno facendo altro che interpretare i ruoli di un’antica tragedia d’amore. Le apparizioni femminili rappresentano infatti le Erinni. Helen, come l’omonima Elena di Troia, è destinata a dare inizio alla guerra a causa della sua relazione con Lucas. I due scoprono sulla loro pelle che i miti non sono leggende. Ma è giusto o sbagliato stare con il ragazzo che si ama se questo significa mettere in pericolo il resto del mondo? Come si sconfigge il destino?

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Il secondo volume della saga di stampo mitologico “The Awakening series”. Ritroviamo Helen, che nel frattempo è diventata la Discendente, la prescelta dagli dèi. Ogni notte si addormenta nel suo letto e raggiunge l’aldilà dove affronta prove indicibili per trovare le Furie, liberarle dalla loro ira e rompere così il ciclo di faide tra le Case. Ogni mattina si risveglia, stanchissima e provata, costretta a cominciare una nuova giornata di allenamenti. È sempre più spossata e sofferente oltre che sola, dato che Lucas ora la tiene lontana. Helen è triste e profondamente sfiduciata, quando durante una delle sue discese agli inferi si imbatte in Orione, un semi-dio bello come il sole, capace di far tremare la terra e il suo cuore. Di notte si incontrano nell’Ade e di giorno si scambiano messaggi al cellulare. Lucas impazzisce di gelosia e in lui si scatenano poteri sconosciuti: adesso è in grado di controllare totalmente la luce e di rendersi invisibile. Divisa fra l’attrazione per il nuovo pretendente e l’amore impossibile per il cugino, Helen si ritroverà a sfidare i suoi limiti per il bene dell’umanità intera.

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Dopo aver accidentalmente liberato l’intero pantheon della mitologia greca dall’esilio sull’Olimpo, Helen deve riuscire a imprigionare di nuovo tutti gli dei senza scatenare una guerra che avrebbe esiti catastrofici. Ma l’ira divina è violenta e travolgente, ed Helen si trova a combattere con un nemico incredibilmente pericoloso. Ora è forte, conscia della sua vera natura e dei suoi doni particolari. I suoi poteri sono aumentati ma si è accresciuta anche la distanza fra lei e i suoi amici di sempre. Da quando un oracolo ha rivelato che nella sua cerchia di conoscenze si nasconde un traditore, tutti i sospetti ricadono sul bellissimo Orion. Helen, combattuta fra l’amore per Orion e quello per Lucas, dovrà fare delle scelte cruciali per evitare lo scontro finale fra dei e mortali. Il destino di Helen si sta per compiere. Solo una dea potrà sorgere per salvare il mondo. È scritto nelle stelle.

Come si può notare da quanto appena letto, gli elementi del genere YA tendono in questi romanzi a mischiarsi con degli aspetti mitologici molto interessanti e forse troppo spesso trascurati in un mondo che chiede sempre più vampiri, angeli, cacciatori di demoni e chi più ne ha più ne metta.

Sono incappata per caso in una recensione di Starcrossed circa tre settimane fa e, dopo aver scaricato l’intera trilogia sul mio adorato Kindle, ho deciso di inserirla nel Ten Books Project, un’iniziativa molto interessante che prevede di stilare un elenco di 10 libri comprati (o scaricati, nel mio caso) e non ancora letti, e di non acquistare più nulla finché non si saranno terminati tutti e dieci.

Risultato: visto che non riesco mai a darmi una regolata, specie se ho la fortuna/sfortuna di incappare in un libro che mi piaccia da subito, ho iniziato Starcrossed domenica sera ed ho terminato Goddess martedì sera.

Da appassionata del genere, posso dire che è stata una “ventata d’aria fresca”. Per quanto lo schema della storia sia sempre lo stesso (amore, amore impossibile, si scende a patti con l’amore impossibile, triangolo, guerra, semi-fine-del-mondo, pace in un modo o nell’altro, risoluzione del triangolo), l’introduzione di nuovi “tipi” ha contribuito a non renderla una storia trita e ritrita, ed ad alzare l’aspettativa su quello che sarebbe potuto accadere in seguito.

I personaggi sono costruiti molto bene, caratterizzati fin nei dettagli, e soprattutto ogni personaggio introdotto riuscirà a svolgere un ruolo importante nella storia: nessuno viene lasciato “a margine”, tutti hanno uno scopo che porterà verso una conclusione totalmente inaspettata.

VOTI:

Starcrossed: 8

Dreamless: 9

Goddess: 8 1/2

Alla prossima!

Glee 5×01: Love love love

Sono tornati! Dopo un’estate burrascosa e fortemente segnata dalla perdita di Cory Monteith, ecco di nuovo fra noi i ragazzi delle “New Directions”.

Come dice l’immagine: sì, avevo decisamente bisogno di voi!

Ho scoperto Glee proprio quest’estate, subito prima della triste scomparsa di Cory, ed ho visto le prime 4 stagioni in circa una settimana… Proprio per questo, non vedevo l’ora che ricominciasse!

Le prime due puntate, come annunciato, saranno un omaggio ai Beatles, mentre la terza sarà dedicata a Cory/Finn, con a seguire una pausa affinché i produttori possano capire quale direzione far prendere alla storia.

La puntata si apre con la meravigliosa Rachel Berry (Lea Michele), durante la sua lettura per la parte di Fanny in Funny Girl.

Nonostante io l’abbia amata/odiata per quasi tutta la quarta stagione, è impossibile non pensare a quello che le è successo (Lea era la fidanzata di Cory anche nella “vita vera”, ndr), e vederla ripercorrere le strade del parco dov’era stata con Finn cantando Yesterday dei Beatles mi ha fatto subito cominciare la puntata con un sano piantarello corredato di singhiozzi e lamenti lugubri.

Trovo che Rachel abbia subito un cambiamento con il college, per molti versi positivo: è cresciuta, è maturata, riesce finalmente a capire cosa deve fare per ottenere ciò che vuole, ed è ormai ben lontana dalla ragazza che bullizzava le compagne per ottenere tutti gli assoli. La voce di Lea è assolutamente spettacolare, e come detto prima non ci si può non sentire empaticamente vicini a lei, visto che dovrà rivivere ciò che ha vissuto in prima persona nelle vesti del suo personaggio.

Artie e Kitty: bella coppia! Sul serio, a me non dispiacciono. Lei è mooolto diversa con Artie rispetto a com’era nella quarta stagione, ed è sicuramente un cambiamento buono. Il povero Artie si meriterebbe finalmente una ragazza come si deve, e Kitty potrebbe essere quella ragazza! Non mi soffermerò più di tanto su di loro perché voglio arrivare subito ai miei adorati…

…Kurt e Blaine! Vogliamo parlarne? Sono stati assolutamente stupendi per tutta la puntata! Ho sempre amato Kurt e non sempre altrettanto amato Blaine, ma in questa puntata sono stati superlativi! A partire dalla canzone iniziale Got to Get You Into my Life, interpretata in maniera favolosa da entrambi, è stato un crescendo.

Stupenda la scena in cui Blaine decide di andare a chiedere l’aiuto degli altri cori scolastici, cantando Help ed ottenendo la partecipazione di tutti… Ma il culmine della puntata ovviamente è stato raggiunto con la scena finale, quella della proposta di matrimonio di Blaine a Kurt, costruita nel luogo del loro primo incontro. Al suo arrivo, Kurt rimane un po’ spiazzato nel trovarsi davanti Rachel, Santana e Mercedes, oltre ai Vocal Adrenaline, gli Warblers e l’Haverbrook Deaf Choir, impegnati insieme a Blaine nel cantare All You Need is Love.

Quindi: inizio di stagione col botto per Glee, puntata promossissima, musiche (ovviamente) stupende.

…cosa avrà risposto Kurt? 😉

 

Alla prossima!

M’s review #3: “1Q84”, Haruki Murakami.

 

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ATTENZIONE: l’articolo potrebbe contenere anticipazioni.

1Q84 è un romanzo di Haruki Murakami pubblicato in Italia da Einaudi a partire dal 2011. Il romanzo, che copre un periodo temporale di 8 mesi, è stato diviso dalla casa editrice in due volumi: il primo volume comprende i primi due libri, aprile-settembre, ed il secondo volume riguarda solamente il terzo libro, ottobre-dicembre (questa divisione è stata, che io sappia, adottata solo in Italia: tutti gli altri Paesi hanno avuto un unico volume).

Come salta all’occhio da subito, il titolo richiama la famosa opera di George Orwell 1984specie visto che la lettera “q” in giapponese ha la stessa pronuncia del numero 9, kyuu. Si è quindi ritenuto fin da subito che il romanzo potesse essere in qualche modo un omaggio ad Orwell ed al suo Grande Fratello.

La lettura di questo romanzo è estremamente complicata. Io ho acquistato il primo volume, aprile-settembre, nel gennaio 2012, ed ho impiegato circa tre settimane per terminarlo, proprio per l’attenzione richiesta dai dettagli della trama. Il secondo volume, ottobre-dicembre, l’ho terminato qualche giorno fa dopo una settimana di lettura (mi era stato regalato ad aprile, ma ancora non avevo avuto la “mentalità adatta” per dedicarmici).

Una piccola premessa è necessaria: dopo aver letto il primo volume, sapendo che in America (e nel resto del mondo) era già stata diffusa l’ultima parte della storia, sono andata a leggere qualche recensione dell’opera completa. Ciò che ho letto è stato ciò che mi ha spinto, in buona parte, a non dedicarmi alla lettura in inglese, come normalmente faccio se non sono in grado di aspettare pubblicazioni in italiano; in sostanza, buona parte delle persone consigliava di fermarsi al libro 2 per evitare di rimanere delusi.

Un po’ perplessa e sicuramente non convinta, ho deciso allora di aspettare semplicemente lo svolgersi degli eventi: se il libro mi fosse stato regalato, l’avrei letto, altrimenti non lo sarei andato a cercare (normalmente, quando si tratta di libri, rispetto i patti con me stessa). Il destino ha voluto che un’amica di mia madre, alla quale avevo prestato il primo volume, decidesse di regalarmelo per il mio compleanno. Dopo un’iniziale felicità, se non altro per manie di collezionismo, l’ho infilato nella libreria vicino al suo gemello speculare e l’ho lasciato lì, aprendolo di tanto in tanto ma senza avere il coraggio di dedicarmici.

Passiamo ora alla recensione vera e propria, dopo quest’infinita premessa! 🙂

Come accennato sopra, il romanzo è molto complicato da seguire, sul serio: c’è una disarmante ricchezza di dettagli e particolari, un buon 80% dei quali superflui, che continuano a distogliere l’attenzione del lettore dai personaggi e dagli avvenimenti principali. La storia si dipana in una fittizia Tokyo nel 1984/1Q84, ed il filo narrativo è tenuto nei primi due libri dalle voci alternate dei due protagonisti, Aomame Masami e Kawana Tengo, ai quali nel terzo libro si aggiungerà la figura di Toshiharu Ushikawa.

Il tema principale della storia è l’amore fra i due protagonisti, un amore basato su pochi ricordi e frammenti di quando erano bambini. Il loro rincorrersi senza saperlo, e ritrovarsi vicini sempre inconsapevolmente, è terribilmente frustrante per chi legge: verrebbe voglia di iniziare a strillare “ma è lì a pochi metri da te, pezzo di cretino!” (ogni riferimento a fatti realmente avvenuti è da intendersi come puramente casuale). In realtà, oltre ad Aomame e Tengo, sembra quasi che ogni cosa nel romanzo sia imperniata attorno al bisogno di trovare qualcosa o qualcuno, di recuperare qualcosa di perso.

1Q84 contiene al suo interno un altro romanzo: La crisalide d’aria, che è probabilmente ciò che dà origine alla spirale di eventi avvenuti. Questo “romanzo nel romanzo”, molto ricorrente in letteratura, mette ancora più carne al fuoco, rendendo la possibilità di seguire la storia ancor più complicata.

Ricapitolando: la storia in sé mi è piaciuta molto, ma trovo che davvero si siano voluti introdurre troppi particolari. Non sarebbe giusto parlare di “troppi personaggi” perché alla fine sono sempre i soliti 4 gatti che si mescolano fra loro intrecciandosi, ma ad ognuno di essi si è voluto dare un vissuto troppo ampio, troppo particolareggiato, che quindi richiede un’attenzione fuori dal normale per essere compreso, con il risultato che, alla fine dei giochi, in testa rimane molto poco di ciò che si è letto.

Mi sono trovata a leggere il terzo libro (secondo volume dell’edizione italiana) un anno e mezzo dopo aver terminato il primo: inutile dirvi che, malgrado mi fosse piaciuto tantissimo, proprio per i motivi appena spiegati sono dovuta ricorrere al riassunto di Wikipedia, perché non mi ricordavo quasi più nulla (cosa che, ve l’assicuro, non capita mai).

PERICOLO!

Dopo aver terminato il percorso di lettura, posso dire solo una cosa: mi vedo costretta a dare ragione alle recensioni lette l’anno scorso, dove si sconsigliava la lettura della parte finale a chi non volesse rimanere deluso. Dopo tutta ‘sta manfrina, l’incontro fra Aomame e Tengo viene liquidato così, in quattro e quattr’otto, e passano da una condizione nella quale entrambi stavano rischiando di perdere tutto ad una in cui sono al sicuro l’uno nelle braccia dell’altra, in un ulteriore nuovo mondo che non si sa se sia reale o no.


Voto volume I aprile-settembre: 9

Voto volume II ottobre-dicembre: 5

Probabilmente, se il romanzo fosse stato un racconto unico, non mi sarebbe piaciuto tanto quanto mi è piaciuto avendolo letto in due volumi separati. Tuttavia, così non è stato, quindi consiglio assolutamente la lettura del primo volume a chiunque, un po’ meno la lettura del secondo… so che è difficile lasciare una storia con un finale aperto, ma a volte questo tipo di finale è il migliore che si possa avere.

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Movie review: “Rush” di Ron Howard.

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Rush è un film di Ron Howard uscito nelle sale il 19 settembre 2013.

Basato su una storia vera, il film parla della “leggendaria” rivalità fra Niki Lauda (Daniel Brühl) e James Hunt (Chris Hemsworth), dagli anni in cui entrambi correvano in Formula 3, fino all’arrivo in Formula 1.

La rivalità fra i due piloti, caratterialmente e fisicamente opposti, esplose negli anni ’70, e proseguì in un crescendo fino al 1976, anno dell’incidente di Lauda sul circuito Nürburgring durante il Gran Premio di Germania.

Il film è, secondo me, bellissimo. Appena uscita dalla sala, già sarei stata pronta a rientrare e vederlo una seconda volta. A parte la straordinaria somiglianza degli attori scelti con i personaggi reali, come si può vedere qui:

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L’ho trovato un film molto autentico, curato fin nei dettagli, interpretato in maniera magistrale (d’altra parte… cos’altro ci saremmo potuti aspettare da Ron Howard?).

Le immagini delle corse, i circuiti, l’atmosfera tipicamente “anni ’70” che permeava da ogni inquadratura: non c’è nulla che venga lasciato al caso, e questo è sempre più raro nel cinema di oggi.

Ricostruzione storica ineccepibile: c’è addirittura la scena in cui Niki Lauda dice “questa macchina è una merda!” ad un nostro simpatico compatriota del quale non farò il nome per evitare “spoiler” (anche se tutti sappiamo di chi si stia parlando, giusto?!).

Un applauso anche al “nostro” Pierfrancesco Favino, nei panni di Clay Regazzoni; io non sapevo chi fosse finché non sono entrata al cinema, ma il mio ragazzo mi dice che è identico al “vero” Regazzoni, e tendo quindi a fidarmi.

Consiglio a chiunque la visione di questo film: non solamente agli appassionati delle corse, cosa che io non sono assolutamente, ma a tutte le persone che in questo periodo si stiano chiedendo “cosa potrei andare a vedere al cinema stasera?”. Andateci, non ve ne pentirete.

La storia scorre veloce, senza pesantezza, senza lentezza, anche con qualche risata malgrado i momenti drammatici: questo ne fa un piccolo capolavoro in perfetto stile Ron Howard, con delle ambientazioni di casa nostra ed un’atmosfera ormai perduta di un’epoca che non esiste più, in cui probabilmente il mondo delle corse era molto più autentico.

Voto: 10.

qui potete vedere il trailer in italiano: http://www.youtube.com/watch?v=KTTid5sHDuo

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M’s review #2: “Educazione siberiana”, doppia recensione libro/film.

educazione-criminale“Educazione siberiana” è un romanzo dello scrittore russo Nicolai Lilin (http://it.wikipedia.org/wiki/Nicolai_Lilin) pubblicato nel 2009.

Si tratta di un romanzo autobiografico, nel quale lo scrittore narra la propria infanzia ed adolescenza in una comunità di criminali siberiani stanziata in Transnistria, nell’ex Repubblica Socialista Sovietica Moldava.

Partiamo dal presupposto che, da amante della letteratura russa, della cultura russa e di qualsiasi cosa sia in qualche modo correlata alla Russia, era abbastanza ovvio che un libro che va a descrivere le leggi interne di una comunità criminale siberiana mi sarebbe piaciuto; infatti, così è stato.

Mi piace molto il modo di scrittura di Lilin; non l’ho trovato affatto pesante, anzi. In particolare, ci tiene a far capire a fondo come ogni cosa significasse qualcosa per loro, come la loro legge fosse radicata fin dalla nascita. Molto bello e particolare il discorso sui tatuaggi, sulla vera storia che c’è dietro ad un disegno in una particolare posizione.

Nell’immagine sotto, si vedono in primo piano le mani dello scrittore. Dopo aver letto il libro e visto il film, si sa esattamente cosa voglia dire il disegno sulla mano destra.

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Fra me e questo libro, la storia è andata così: sono andata al cinema con un’amica a vedere “Anna Karenina”, e subito prima del film c’è stato il trailer di presentazione di “Educazione siberiana” di Gabriele Salvatores, in uscita la settimana successiva. Affascinata da quei pochi minuti di immagini, appena uscita dal cinema ho comprato il libro, che mi sono sbrigata a leggere per poter andare a vedere il film appena fosse uscito.

Ho quindi avuto una full immersion nella cultura siberiana descritta da Lilin, che mi ha presa e coinvolta da morire. In alcune parti, è un po’ “crudo”, forse. Ma d’altra parte, se si legge un romanzo su una comunità criminale, si  sa cosa potrebbe succedere: non vengono chiamati “criminali” per aver rubato una bambola.

Quindi: libro promosso a pieni voti, un 8 tondo ci sta tutto. Passiamo al film!

Mettiamola così: se non avessi letto il libro e fossi andata semplicemente al cinema, probabilmente sarei uscita dalla sala molto più soddisfatta di come è avvenuto.

Non sto dicendo che non mi sia piaciuto, anzi, ma… non c’entrava assolutamente nulla con il libro da me letto!

Salvatores ha girato un film molto dinamico, con un’alternanza infanzia/giovinezza/età adulta che sicuramente non lo rende un film statico; senza ombra di dubbio, un encomio speciale va a Mr. John Malkovic, interprete sublime di nonno Kuzja, figura cardine nell’infanzia e nella vita del protagonista Kolima (che dovrebbe essere lo stesso Lilin).

1361529403041educazione_siberiana_trailerTuttavia, ritengo che ci sia stato uno stravolgimento esagerato della storia. Ciò su cui è stato incentrato il film, nel libro è un singolo episodio, e per di più non va neanche a finire nello stesso modo.

Il rapporto fra i due protagonisti, Kolima e Gagarin, per quanto romanzato rispetto al romanzo (spero mi passerete il gioco di parole) è stato invece molto bello da vedere; entrambi bravi i due attori scelti, forse un po’ scarso il doppiaggio italiano, ma si sa ormai quale sia la mia opinione in merito.

educazione-siberiana-film-2095_0x410Per concludere: non posso bocciare il film perché non se lo meriterebbe. Tuttavia, trovo che siano stati lasciati troppi punti oscuri, troppi buchi nella sceneggiatura, e che non sia stato scelto affatto l’episodio giusto da raccontare, o perlomeno che non sia stato dato abbastanza spazio ad altri episodi.

Il film merita di essere visto anche solo per gustarsi i dieci minuti del finale e la frase di chiusura: non l’ho ancora rivisto interamente, ma l’ultima scena l’avrò riguardata dieci volte di fila.

Alla prossima!

meemmi*

 

 

Movie review: “Shadowhunters – Città di Ossa”.

Shadowhunters-Città-di-Ossa-Trailer“Shadowhunters – Città di Ossa” (in inglese: The Mortal Instruments – City of Bones) è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Cassandra Clare, uscito nelle sale a fine agosto 2013.

Da amante dei libri della saga, non avrei mai potuto né amare incondizionatamente questo film, né detestarlo al 100%. Sono uscita dalla sala con un sapore dolceamaro in bocca, come a dire: sì, bel lavoro, ma il libro era diverso!

Indubbiamente, il film è bello, o almeno, a me è piaciuto, molto. Ho trovato azzeccatissime (quasi) tutte le scelte degli interpreti, ed anche i cambiamenti che sono stati esercitati rispetto al libro… beh, dopo aver visto come hanno fatto morire Voldemort, dobbiamo ancora parlarne?

Passiamo a parlare degli interpreti… torneremo a parlare del film in sé fra poco!

  • Jonathan Rhys-Meyers come Valentine Morgenstern

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Partiamo dalle note dolenti: l’unico personaggio che mi ha deluso. Per quanto Jonathan Rhys-Meyers possa essere affascinante coperto di rune e corredato di treccine, secondo me non ha centrato in pieno la vera essenza di Valentine, così come viene descritta nei libri. A partire dai capelli: Valentine ha i capelli bianchi, Jonathan li ha castani. C’è qualcosa che non torna!

Tralasciando le caratteristiche fisiche, rimango della mia idea: avrebbero potuto scegliere qualcuno di molto più carismatico ed adatto a ricoprire il ruolo. Le sue battute le recita e le recita bene, ma non sprizza malvagità e follia da ogni poro, caratteristiche per me fondamentali in Valentine.

VOTO: 5… solo perché è comunque Jonathan Rhys-Meyers <3

  • Kevin Zegers come Alec Lightwoodshadowhunters-citta-di-ossa-kevin-zegers-in-una-scena-nei-panni-di-alec-lightwood-268827

Lui è perfetto. Sul serio: l’Alec nella mia mente era esattamente come lui. Gestualità, espressioni, tutto. Poi, Kevin è nel mio cuore fin dai tempi di Gossip Girl.

Ha saputo fare suo il personaggio, ed è riuscito a sprigionare la stessa rabbia che si vede in Alec, mista al suo essere saccente.

VOTO: 7. Perché so che sarà fantastico anche nei prossimi film!

  • Robert Sheehan come Simon Lewisshadowhunters-citta-di-ossa-simon-lewis-interpretato-da-robert-sheehan-in-una-scena-268822

Nì. Ha recitato bene la sua parte, ma non somiglia molto al Simon nella mia testa. Le scene con Jace fantastiche, sia lui che Jamie Campbell Bower hanno rappresentato benissimo tutti i confronti Simon/Jace mantenendo intatte le atmosfere.

Vedremo come sarà in grado di evolversi in seguito!

VOTO: 6, con possibilità di crescita!

  • Jemima West come Isabelle Lightwood

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Poche scene, purtroppo. Hanno completamente annientato le scene con Simon, ed hanno lasciato ad Isabelle poco spazio. Divertente la scena Isabelle/Clary in cui c’è la scelta dei vestiti per una serata fuori, ma oltre a questo non c’è molto…

VOTO: 7 sulla fiducia.

  • Godfrey Gao come Magnus Bane

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AMORE. Non mi viene nient’altro. Pochi minuti ma pochi minuti DIVINI! Questo è il mio Magnus, per quanto nel primo libro (e di conseguenza nel primo film) non gli venga dato molto spazio. Ma con un attore così… ne vedremo delle belle!

VOTO: 8 a lui, e 3 agli sceneggiatori che gli hanno dato troppo poco spazio!

  • Aidan Turner come Luke Garroway

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Non mi è piaciuto molto, ma d’altra parte non sono neanche una grande fan del personaggio nei libri, quindi…

Non so, sarà che ormai sono deviata da altri film/telefilm, ma mi aspettavo più un tipo alla Joe Manganiello (http://www.imdb.com/name/nm0542133/) per entrambe le sue “personalità”.

No, lui proprio non mi piace.

VOTO: 5

  • Lena Headey come Jocelyn Frayv8n3wf3

Lena è sempre meravigliosa, sia che interpreti la bionda e tremenda Cersei Lannister sia che si dedichi a ruoli più “soft”. Quel suo modo di sorridere a mezza bocca è meraviglioso!

Credo che in tutto abbia circa quattro minuti di scene, quindi non si può dire molto, ma lei è stupenda, perciò…

VOTO: 9

  • Lily Collins come Clary Fray

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L’ho trovata bravissima. Magari fisicamente non è proprio la Clary che avevo in mente, ma ha recitato bene ed ha saputo fare suo il personaggio. Bellissime tutte le scene in cui disegna, e le scene con Jamie.

Forse sotto alcuni aspetti hanno un po’ “velocizzato” le sue reazioni; ovviamente, è il film e non il libro, quindi non ci si può aspettare che sia descritto tutto in ogni minimo dettaglio, ma avrei voluto vedere più dell’interiorità di Clary rispetto a quanto viene mostrato.

VOTO: 8+

  • Jamie Campbell Bower come Jace Wayland

shadowhunters-citta-di-ossa-jace-wayland-550x366Così come ho voluto parlare prima di Valentine, il personaggio che più mi ha delusa, ho lasciato quello che più ho amato per ultimo.

Premettendo: quando uscì il cast, non ero affatto soddisfatta della scelta di Jamie Campbell Bower per interpretare Jace, proprio no.

Non lo ritenevo adatto, né fisicamente né sotto altri punti di vista.

Poi però, quando il film è iniziato… WOW. Ho adorato il suo Jace, il modo in cui l’ha interpretato, il modo in cui ha gestito i rapporti con tutti gli altri personaggi, secondo me è stato meraviglioso, il punto focale del film.

Sono entrata in sala convinta che il Jace di Jamie sarebbe stato completamente differente dal mio Jace, ed invece sono uscita con una convinzione totalmente opposta.

Ho sentito di parecchie persone a cui lui non è piaciuto, che non l’hanno trovato la scelta migliore, ma non sono d’accordo: ai miei occhi, Jace non potrà più avere un altro volto!

VOTO: 9, destinato sicuramente a salire.

Tornando al film in sé: come già detto, mi è piaciuto. Logicamente, alcune differenze sostanziali con il libro (e no, non sto parlando dei capelli bianchi di Valentine) mi hanno portata a storcere la bocca. Trovo che siano state date TROPPE informazioni in determinati ambiti e TROPPO POCHE in altri, ma tant’è… se saremo fortunati ci aspettano altri cinque film, nei quali potremo vedere come se la caveranno attori, sceneggiatori e regista.

Vi lascio con Clary e Jace.

Buona serata!

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meemmi*

Remember me – ricordare l’11/09 sorridendo


ATTENZIONE: L'articolo contiene spoiler su tutto il film, finale incluso. Se doveste avere in programma di vederlo, vi consiglio di non proseguire nella lettura!
"Remember me" è un film del 2010 diretto da Allan Coulter, con protagonisti Robert Pattinson, Emilie de Ravin e Pierce Brosnan. 

 Il film si apre dipingendo il ritratto di un ragazzo difficile, Tyler (Pattinson) il quale, rimasto scosso dopo il suicido del fratello ed il conseguente divorzio dei genitori, inizia a combinarne di tutti i colori (e ti credo, dopo Edward Cullen bisogna disintossicarsi dalla bontà) per riuscire ad attirare l’attenzione del padre. Pierce Brosnan purtroppo non è Carlisle Cullen, sempre disposto a perdonarle tutte al figlio, e si infuria con lui a causa del suo carattere “leggermente burrascoso”.  

Tyler ad un certo punto ha una brillante idea: incontrare la figlia del poliziotto che l’aveva arrestato (da notare la predilezione di Pattinson per ragazze che interpretano figlie di poliziotti: seriamente, che problemi ha quest’uomo?). Ally (Emilie de Ravin) naturalmente non avrebbe mai potuto essere una spensierata ed allegra ragazza, altrimenti il buon Rob avrebbe rifiutato il copione; quindi, si rivela anche lei circondata da un passato tenebroso: all’età di 11 anni, si ritrovò ad assistere all’omicidio della madre in metropolitana (da cui: terrore della metropolitana, e dispendio abnorme di denaro per i taxi. Tanto paga papà poliziotto…). 

Piccola postilla: Tyler aveva deciso di incontrare la ragazza solo per scommessa, ma ovviamente si innamorano, grandi incontri, grandi promesse, ti amo ti amo, finché (colpo di scena) il padre di lei non scopre la relazione, le dice che lui è pericoloso, i due si confrontano, lei scopre che lui l’aveva voluta incontrare solo per scommessa e da questo punto in poi non ci si capisce più nulla.  Non si sa bene come, i due si riavvicinano, ed è tutto di nuovo rose e fiori. Tyler non riesce proprio a comportarsi bene, anche se stavolta è per una buona causa: alcuni bambini prendono in giro la sua sorellina e lui per tutta risposta se la prende con la scuola. Denunciato, il padre gli organizza un incontro con i suoi avvocati per sistemare il tutto, “ci vediamo in ufficio da me domattina”.  

Inizia il dramma, in un crescendo di ansia palpabile. Prima di tutto, la scritta sullo schermo: 11 settembre 2001. Tyler, nell’ufficio del padre, scopre che quest’ultimo ha delle foto sue, del fratello suicida e della sorellina sul computer, e quindi ha un’epifania: “ma allora mio padre mi vuole bene!”, tutto ringalluzzito scopre anche che non c’è nessun incontro con gli avvocati ma che il padre voleva semplicemente passare del tempo con lui, felicità felicità. Attimo di panico: lui sta tutto contento in finestra ad aspettare l’arrivo del padre che è in macchina. La scena si allarga… si allarga… si allarga… e si vede che l’ufficio del padre si trova in una delle Torri Gemelle.

Ovviamente Tyler fa una brutta fine, insieme ad altre centinaia di persone. La vita di tutti cambia, Ally ricomincia a prendere la metropolitana, il padre di Tyler decide che, con un figlio suicida ed uno finito in un attentato terroristico, almeno con la figlia dovrà fare un lavoro migliore, titoli di coda, addio.  

Domanda: è un bel film?  

NO. 

Può essere un modo simpatico di trascorrere un paio d’ore, in mancanza di meglio. Robert Pattinson recita peggio nelle vesti di Tyler che nelle vesti di Edward Cullen, E CE NE VUOLE (fu candidato con questo film ai Razzie Awards 2010 nella categoria Peggior Attore. No, non è uno scherzo!).  

Sarebbe stato meglio senza il finale tragico, probabilmente: sarebbe potuta diventare la classica storia di due ragazzi disastrati che incontrandosi finiscono per farsi forza a vicenda, se non la si fosse voluta trasformare in una storia all’ombra delle Twin Towers. Seriamente, Allan Coulter: non se ne sentiva il bisogno.

 Voler trasformare per forza OGNI COSA in un dramma sta diventando una pratica sempre più diffusa, in cinema e letteratura. 
 La scusa?
"Le persone vogliono vedere le sofferenze degli altri per dimenticare le proprie." 
Quindi, si costruisce attorno ad ogni cosa, anche alla più  allegra, un muro di inquietudine e di sofferenza esasperante. 
 'Sti due poveracci del film... avrebbero potuto essere felici. Avevano appena fatto pace, i problemi in famiglia si sarebbero più o meno risolti... Alla fine della fiera, l'unico genuinamente felice di come sia andata è stato il padre di Ally, che ha smesso di spendere milioni per i taxi della figlia. 
 L'attentato alle Twin Towers, insieme agli altri attentati dell'11 settembre, è stato uno degli eventi più tragici che si siano verificati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. 
Vederlo sbattuto così, in un film di second'ordine (a non voler essere troppo cattivi), senza nessun motivo logico, senza nulla che lo facesse sospettare, è non solo di pessimo gusto, ma addirittura offensivo e crudele per chiunque abbia perso qualcuno in quell'attentato. 
 Detto questo, passo e chiudo.